• h4




    Benvenuti da artalea coworking

    Benvenuti nel Coworking di ArTalea Firenze. Siamo on line con il nostro Blog dedicato a voi

Architetti costruiscono i ponti

Pubblicato il 01/04/2018

Un coworking di periferia per mettere al centro l’arte della costruzione dei collegamenti.

Premessa

Nelle mie semplificazioni funzionali alla dignitosa sopravvivenza nei mari tempestosi di farraginose normative, un faro nelle diatriba fra competenze di architetti e ingegneri era rappresentato dall’acquisizione di un concetto elementare: i ponti sono materia da ingegneri, il restauro da architetti.

Come tutte le semplificazioni, l’eccesso di sintesi dimentica le sfumature, particolarmente importanti in un periodo storico in cui le certezze vacillano e le acque si mescolano fino a perdere il senso della rotta da seguire. Così un giorno, mentre cercavo di capire se nel braccio di ferro fra sicurezza e tutela il restauro stava diventando appannaggio esclusivo di strutturisti, ho sconfinato anche io e mi sono trovata per caso a cimentarmi con la costruzione di ponti.

Chi sono

Non sono mai riuscita a fare una sola cosa alla volta, a partire dalla preparazione degli esami universitari, che normalmente procedeva di pari passo su più fronti, per poi continuare con la mia vita che si è sviluppata in modo diverso da quanto avevo previsto o, meglio, non avevo previsto. Volendo fare le cose in contemporanea, quando mi sono laureata aspettavo già il mio primo figlio, senza programmazioni e senza capire cosa ciò potesse significare per la ricaduta sulla professione. Ero, come è giusto che credano i ventenni, una giovane promessa digiuna del concetto di genere, una cittadina del mondo che aveva usufruito dell’allora avveniristico progetto Erasmus, una mina vagante pronta a raccogliere i frutti di un gratificante percorso universitario… e non continuo oltre per evitare di alimentare un sano nostalgico narcisismo.

Oggi posso dire che le cose sono andate diversamente e credo la mia vita sia più piena di quanto potessi immaginare, probabilmente perché l’immaginazione riesce a anticipare ciò che conosce e io molte cose non le conoscevo e molte (di più) non le conosco ancora.

La vita è proceduta in contemporanea sul fronte professionale e familiare. Nel primo campo mi sono specializzata in Restauro dei monumenti e ho a che fare in vari modi con i temi della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, nel secondo sono diventata parte di una famiglia con quattro figli e insieme a mio marito abbiamo avuto (e abbiamo) a che fare con tutte le variabili che si incontrano nella costruzione dei cittadini del domani.

Dopo un rodaggio ultraventennale, come architetto posso dire che sto imparando a gestire con una certa eleganza il caos, crescendo professionalmente grazie ai percorsi extra-professionali e viceversa. Ma, soprattutto, realizzo quotidianamente che prima o poi tutte le strade si incontrano e laddove rischiano di rimanere tangenti, spetta a noi costruire ponti.

L’importanza dei luoghi

I due lati della vita (professionale e familiare) si sono incontrati quando è nata spontaneamente una valutazione di tipo architettonico sulla migliore destinazione d’uso di un bel fondo sfitto di proprietà di amici conosciuti nell’ambito delle attività extra-scolastiche dei figli. I pensieri si sono sostanziati intorno a un locale di circa 200 mq open space su strada, con ottimi rapporti illuminanti e vetrine nate per funzioni espositive e commerciali messe in crisi nell’era degli acquisti online.

Il fondo, all’epoca sfitto da alcuni anni, è situato in un punto il cui valore strategico si coglie solo dopo chilometri percorsi in veste di accompagnatori di scalpitanti minorenni, scandagliando per necessità in lungo e in largo il territorio in cui per scelta, tradizione o destino ci si è insediati.

Provenendo da Firenze, siamo nella località denominata Sieci, porta di accesso al comune di Pontassieve e allo stesso tempo sua periferia. È una popolosa frazione sviluppatasi lungo la via aretina, che da Firenze costeggia l’Arno lungo la riva destra, divisa a sua volta in due tronconi dall’arrivo della strada di fondovalle ortogonale al fiume, che dalla vetta delle Croci scende verso valle intercettando i flussi provenienti da Santa Brigida e Molino del Piano.

La localizzazione prima o dopo del bivio ha un’importanza fondamentale. La parte più signorile si sviluppa intorno all’importante pieve di San Giovanni Battista a Remole – oltre il bivio venendo da Firenze – ma provenendo dalla stessa direzione il primo luogo che si incontra è la porzione storicamente disagiata, nota come le Sieci ‘di sotto’ o anche con l’appellativo dispregiativo “i fondacci”. È un po’ come entrare dall’ingresso di servizio, il primo punto in cui esonda l’Arno, il luogo marginale e adibito alle attività artigianali, dove le case costano meno e la percentuale di famiglie immigrate è maggiore… in sintesi la periferia della periferia, ma con il grande vantaggio di essere il primo accesso venendo da Firenze. Nel mezzo, il grande complesso di archeologia industriale della ex fabbrica Brunelleschi, oggetto di grandi e vari appetiti, e un piccolo percorso pedonale stretto da un lato dal muro di cinta della fabbrica e la via aretina, dall’altro dal fiume Arno in corrispondenza della pescaia che alimenta la gora delle Gualchiere di Remole, sull’altra sponda del fiume.

L’incrocio di strade, la periferia della periferia, le caratteristiche naturali, i ruderi industriali, rendono questo luogo un testimone di importante ma difficile lettura, che richiama una storia più antica (non a caso sorgeva qui una villa romana) e meno (non a caso qui si trova la ex fabbrica ‘Brunelleschi’), e che si proietta verso una storia nuova, protagonista delle righe successive.

Incroci e ponti, sosta e lavorole ragioni di un Coworking

Dove l’opera dell’uomo ha permesso di unire gli opposti, dove due ponti paralleli posti a diverse quote permettono al traffico pedonale, carrabile e ferroviario di superare la valle dell’affluente e di rendere continua la sponda dell’Arno, nasce l’idea di impiantare un luogo di sosta e lavoro, un Coworking, ospitato in quel bel fondo sfitto di 200 mq per cui si cercava l’individuazione della giusta destinazione d’uso. Non nasce quindi da un’idea a priori, ma dalla valutazione di quella che è la funzione più adatta per uno specifico spazio, in un determinato luogo, una rappresentazione concreta di quel famigerato genius loci di cui ci parlavano fin dal primo anno di università. Una pausa, un punto fisso, una forza centripeta in un tessuto mobile caratterizzato da movimenti centrifughi; un nodo, un hub di una rete che dalla Valdisieve si rivolge al Mugello come al Casentino, al Valdarno come alla più ampia idea della città metropolitana di Firenze, circondando la città con un abbraccio di periferie diverse e di qualità.

I ponti sono grandi opere e le grandi opere non si costruiscono da soli.

Un Coworking diventa una grande opera quando rifiuta la logica dello studio con scrivanie in subaffitto; quando questo succede la sua costruzione richiede vicinanza di intenti, differenza di competenze, attitudine alla pazienza, abitudine al confronto, disponibilità di forza lavoro.

La valutazione della difficoltà dell’impresa ha portato alla scelta di costituire un’associazione nel cui statuto è apertamente dichiarata l’intenzione di dedicarsi all’attività di coworking. Il 27 gennaio 2016 cinque donne, conosciutesi nel corso degli anni,più volte perse di vista e ritrovate, sane portatrici di esperienze di vita diverse, aperte all’innovazione ma affezionate alle pratiche antiche, legate alla vita di provincia ma non per questo provinciali, età varie ma tendenti al maturo (oggettivamente il contrario del modello imperante di imprenditore di successo) hanno costituito l’Associazione ArTalea, il cui nome – fusione di Arti e Talea – vuole dichiarare immediatamente la volontà di legare la fioritura dello spazio al territorio. Un modo sintetico per dire: qui si trova il terreno fertile per coltivare le arti, che a loro volta arricchiranno il terreno, in una crescita a catena circolare.

Dall’inaugurazione dello spazio, avvenuta il 14 febbraio 2016, ad oggi, il gruppo delle socie fondatrici ha garantito l’apertura dello spazio dieci ore al giorno, dal lunedì al venerdì, oltre a una serie di laboratori ed eventi organizzati al di fuori dell’orario di apertura. Il tutto seguendo un principio di turnazione che si basa sul confronto settimanale delle necessità individuali e la spontanea messa a disposizione del progetto comune.

Persone e flessibilità… verso la definizione del profilo del Coworker

Posto il primo punto fisso, il luogo, si è trattato di tracciare il profilo dei potenziali coworker, individuandoli inizialmente in coloro che quotidianamente si spostano lungo valli e crinali paralleli e ortogonali all’Arno, per lo più dirigendosi verso il principale centro di attrazione, Firenze. Per capire le persone è ancora una volta necessario capire il territorio, mentre per tracciare un primo stato dell’arte, anticipo che le cose sono andate diversamente da quanto immaginato. La conformazione del territorio comunale di Pontassieve, pressoché privo di ampie pianure in cui sviluppare il settore industriale, ha fatto sì che l’ambiente sia rimasto prevalentemente rurale. Al di là dell’insediamento del capoluogo e dei corposi contesti delle frazioni, sono numerose le case sparse, eredi di un paesaggio agrario caratterizzato dal concetto di podere, nella sua accezione di struttura abitativa e relativi servizi dotata di un appezzamento di terra di dimensioni tali da poter essere lavorato dalla famiglia residente. La progressiva riscoperta della ruralità, con il valore aggiunto della vicinanza alla città, ha portato frequentemente all’insediamento di persone in età adulta e potenzialmente slegate dal luogo, interessantissimi cittadini del mondo spesso invisibili al territorio. La casa diventa il rifugio da una vita anche troppo cosmopolita e il territorio perde il valore aggiunto della reciproca frequentazione, salvo in occasione delle tappe sociali obbligatorie (la scuola in primo luogo) dove possono cominciare a prendere piede fruttuose contaminazioni.

Pensavamo che i primi frequentatori sarebbero stati i giovani digitali, già a conoscenza della esistenza dei coworking come risposta a un mercato del lavoro flessibile, o anche i liberi professionisti costretti a lavorare a casa per la necessità di tenere sotto controllo le spese ma frustrati dalla mancanza di socialità che questa scelta comporta.

Non è andata così. Probabilmente per l’età già matura delle socie fondatrici e per il taglio creativo dato al coworking, l’avvicinamento ha riguardato in prima istanza persone alla ricerca di una seconda opportunità lavorativa, in secondo luogo i soggetti svantaggiati alla ricerca di una assistenza che andasse al di là della facilitazione logistica. Di fatto lo spazio si è trasformato da subito in un centro di ascolto dei problemi lavorativi delle persone; alla luce del primo rodaggio possiamo dire che anche il semplice ascolto e il tentativo di elaborare insieme strategie d’azione costituisce un modo per ridare fiducia sulle capacità lavorative maturate negli anni e magari non ritenute facilmente spendibili in un mondo fluido.

La versatile area attività manuali, dedicata a creazioni e sperimentazioni

A catena rispetto a questa osservazione nasce la considerazione della necessità di avviare strutturati passaggi di competenze per professioni in via di estinzione, legate al mondo delle arti in senso lato.

Pensavamo che le persone cercassero un luogo fisico in cui rifugiarsi e costituire un piccolo universo lavorativo, riproponendo un proprio spazio privato, ponendo quindi un’opzione su una scrivania precisa in cambio di un canone mensile.

Non è andata così. Probabilmente per l’incertezza che regola le nostre vite, la necessità impellente sembra quella di avere un potenziale spazio in cui rifugiarsi, la possibilità di raggiungere un luogo accogliente da gestire in base ai propri tempi, potremmo dire ‘a consumo’, ritenendo uno spazio fisso personale sovrabbondante rispetto alle proprie esigenze.

Pensavamo che le persone si sarebbero avvicinate singolarmente, attratte dall’idea di contaminarsi con gli altri e fare crescere nuove occasioni di crescita professionale.

Non è andata così. Sembra più facile aggregare fornendo uno spunto di interesse comune, che può essere un corso o un evento, su cui fare attecchire amicizie e opportunità lavorative. A fianco di questo avvicinamento mediato, l’enorme e variegato mondo dell’associazionismo, piccole realtà già costituite spesso prive di un appoggio fisico, ma animate dalla volontà di cambiamento e scambio di opinioni, che può vedere nel coworking un ‘campo base’ come dimostrano altre esperienze simili in giro per l’Italia.

architetti costruiscono i ponti